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Luciana

Luciana Costantini è una storica infermiera del reparto di Ematologia dell’ospedale Santa Maria Nuova. Ha voluto condividere la sua esperienza e illustrare il lavoro che lei e i suoi colleghi svolgono quotidianamente.

“Volevo cercare di spiegare quanto anche per noi infermieri siano impegnativi l’approccio e l’accoglienza verso le persone che accedono al day hospital ematologico.

Accoglienza, quel qualcosa in più. Doverosa verso le persone che accedono al nostro servizio e che si trovano catapultate improvvisamente nel nostro reparto. Persone provenienti dalla loro realtà di studenti, lavoratori, compagni di vita, genitori, pensionati. Persone spaesate, che spesso non sanno nemmeno quale tipologia di patologie vengano trattate nel nostro reparto.

Nella fase diagnostica non è tanto la prestazione professionale da fornire loro che può metterci in difficoltà, quanto il primo approccio. Per questo ci impegniamo nel cercare, e sottolineo cercare, di capire chi abbiamo di fronte. Fondamentale è quindi l’ascolto, che ci permette di capire quanto sanno, anche perché l’iter diagnostico è spesso abbastanza veloce. Il nostro obiettivo è sempre quello di camminare accanto a loro durante tutto il loro percorso, dalla diagnosi alla terapia.
Abbiamo sempre dato grande rilevanza a questo aspetto. Iniziato forse in modo empirico, è ora strutturato in un momento programmato all’inizio della fase terapeutica e dedicato specificatamente all’accoglienza.
Il percorso inizia con un colloquio tra la persona (a cui può partecipare anche il famigliare che lo accompagna) e l’infermiere che gli somministrerà la prima terapia.

In questa occasione vengono descritti:

  • la struttura del reparto
  • il percorso terapeutico già anticipato dal medico (spesso si avverte il bisogno di precisazioni, visto che di quel momento resta confusione)
  • gli effetti collaterali della terapia, come prevenirli e come segnalarli tempestivamente
  • le norme igieniche da osservare a casa
  • l’alimentazione da tenere

Vengono inoltre forniti opuscoli inerenti alla malattia, ai contatti, a quali sono i loro diritti e a chi rivolgersi per ottenerli. Al termine viene compilata una scheda infermieristica, dove vengono segnalate anche informazioni sul comportamento del paziente.
Chiaramente queste informazioni vengono fornite mantenendo un tono colloquiale, cercando di capire quanto incidano sulla persona, come questa stia percependo la situazione. Possiamo quindi affermare che questo sia il momento più difficile e impegnativo, perché ogni persona è unica e le reazioni sono molto diverse.

Alla seconda seduta di terapia è presente lo stesso infermiere che ha prestato la prima accoglienza, per poter verificare quanto è stato recepito e cosa invece è rimasto da chiarire.
Il primo contatto e il momento dell’accoglienza, all’inizio della terapia, sono veramente i più difficili per noi infermieri, perché non esiste “un modo giusto”. Ci guidano principalmente la sensibilità e l’esperienza.

Quasi sempre il supporto si estende anche a chi vive loro accanto, siano genitori, figli, compagni di vita, perché anche per loro non è facile condividere questo percorso. A volte non sanno quale atteggiamento tenere (specialmente i genitori di ragazzi giovani), anche perché spesso anche loro giungono sfiniti al termine dell’iter. Parliamo con i famigliari anche per capire quali comportamenti hanno le persone quando rientrano a casa.
Per fornire loro un aiuto possiamo anche avvalerci della presenza della psicologa del reparto.

Camminare accanto a queste persone è veramente impegnativo: solo la sensibilità, l’esperienza, la condivisione delle diverse situazioni tra noi colleghi e il continuo confronto ci aiutano, sempre con la speranza di fare bene. Possiamo però affermare che la sintonia e l’affetto che si creano tra noi e i nostri pazienti ci porta a credere di essere sulla strada giusta.

Vorrei sottolineare tre parole che oggi ho sempre usato:
persona e famigliare: perché ognuno è un mondo a sé, con la propria realtà di vita, nella quale si è inserita anche la malattia.
noi: perché il confronto e la condivisione tra colleghi ci conferma quanto sia importante fornire una buona accoglienza e avere un comportamento omogeneo.

Vorremmo che passasse il messaggio che le prestazioni tecniche sono paradossalmente la parte meno difficoltosa del nostro lavoro, in quanto supportate da linee guida e protocolli codificati, mentre il camminare accanto ai pazienti è molto più impegnativo, in quanto mai uguale: un buon approccio può fare la differenza per loro nell’accettare e vivere questo loro percorso.
Ci tengo a precisare che questo nostro modo di comportarci è possibile perché tutte le professionalità presenti in reparto lo condividono: non solo medici e infermieri, ma anche le OSS, che oltre al loro lavoro sanno regalare quelle piccole grandi attenzioni, e al personale di segreteria, attento e impegnato, che riesce a sorridere anche nei momenti di tensione.”




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