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Alberto

Giugno 2012. Noto un piccolo rigonfiamento sul torace. Non vi do peso. Il piccolo rigonfiamento aumenta di dimensione, continua il proprio sviluppo estendendosi su buona parte del petto, giorno dopo giorno, metodico, efficace, inesorabile. Giorno dopo giorno continuo a trascurarlo ignorando una sempre più scocciante debolezza fisica

Luglio 2012, un caldo mercoledì pomeriggio. Il mio ventesimo compleanno è passato da un paio di settimane. Il piccolo rigonfiamento è ora una massa propagata fino a rasentare la clavicola sinistra. La mostro al mio medico curante, che sbianca, esce dalla stanza, torna con un collega che mi osserva, mi ausculta, mi tasta. I medici si consultano parlando fitto e a bassa voce. Mi viene fatta una radiografia al torace. Niente di rotto, dice il radiologo con un piccolo sorriso di circostanza tradito da uno sguardo di malinconica pietà, e congedandosi aggiunge: buona fortuna.

Finisco nel reparto di Ematologia nel tardo pomeriggio. Mai avevo sentito il nome di quel reparto prima e voglio andarmene al più presto, lamentandomi coi miei genitori dicendo che è inutile continuare a perdere tempo. Rispondo svogliato alle domande gentili del medico che mi accoglie, e sbuffo quando mi viene detto che nei giorni successivi sarei stato sottoposto ad esami più approfonditi.

Per due giorni vago fra diversi reparti. Ogni prelievo o ecografia è una perdita di tempo, tanto sarà una specie di infezione, mi daranno un antibiotico e chi si è visto si è visto. Dopotutto sto bene, no? Muoviamoci, devo finire di preparare gli ultimi esami della sessione estiva all’università, devo passare i pomeriggi in piscina, andare in bicicletta, giocare a basket, ma soprattutto devo andare in vacanza a Malta con gli amici. Non comprendo il volto vuoto dei miei genitori, la pelle ingrigita, rigida come pietra.

Il 27 luglio 2012 ritorno in Ematologia. Poco prima di varcare la pesante porta che dà accesso agli ambulatori, leggo casualmente la scritta “RITIRO CHEMIOTERAPIE”, tracciata a mano con un pennarello nero sull’anta metallica di un armadietto. Come uno schiaffo improvviso, che non fa male ma è così inaspettato da ricondurre alla ragione, quelle parole dissipano in un instante la base delle ottuse spiegazioni che mi sto dando, infilzandomi con un’angoscia opprimente. Chemioterapia è quello che mi viene detto in ambulatorio. Quattro cicli, perché un linfoma non Hodgkin aggressivo al IV stadio va combattuto in modo aggressivo.

Il primo di agosto entro in degenza, il 30 ottobre vengo dimesso. Remissione completa. Tre mesi per lo più passati in reparto, a letto, sottomesso dai farmaci, senza forze. Tre mesi passati in compagnia di un personale (e con personale intendo tutti coloro che lavorano in reparto: medici, infermieri, ausiliari nessuno escluso) che mi ha sempre incluso senza mai farmi sentire un estraneo di passaggio, un numero o un oggetto del proprio lavoro, ma un essere umano anche solo per quei pochi istanti in cui cercavano di svegliarmi al mattino, o mentre installavano l’ennesima busta verde al portaflebo ormai diventato un albero di Natale. Non ci siamo più rivisti, non sono mai tornato nemmeno per un saluto, lo so. Non cerco alibi. Sono fuggito di nuovo verso la mia vita, correndo più forte che potevo senza voltarmi più indietro. Posso solo dire che non vi ho dimenticato, e so che voi non avete dimenticato me.

Non definirei tutto ciò soltanto un’esperienza, piuttosto un passaggio, un transito, una picchiata nelle viscere della vita che mi ha sbattuto, nudo e inerme, sul confine di un immenso buio. Mi è stato concesso di comprendere quanto sia sottile il sentiero su cui camminiamo, quanto sia ampio il vuoto che lo circonda e quanto questo vuoto sia tenuto il più possibile lontano grazie a quell’umano sentimento che chiamiamo amore. Sono un privilegiato: ho conosciuto l’autenticità della vita e posso vivere con questa consapevolezza.

Grazie al reparto di Ematologia, grazie alla eccezionale attività di tutte le persone che compongono il GRADE, ogni giorno che mi sveglio di cattivo umore perché piove, perché la sera prima ho giocato una pessima partita oppure certe cose non sono andate come avrei voluto, mi accorgo di quanto tutto ciò sia stupido, cosciente del valore che possiede ogni attimo che vivo.

Alberto Pezzarossa




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