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Giovanni

Ricordo come fosse ieri quel giorno in cui mi dissero di essere malato, o meglio di avere un linfoma, era l’Estate del 2006…avevo 26 anni. Ero in procinto di partire per un’esperienza di lavoro negli Stati Uniti, mi aspettava un anno di New Hampshire. Ma non fu cosi.

Quel giorno fu diverso dagli altri quando, dopo un sabato pomeriggio passato in ospedale per diversi accertamenti per uno scrupolo materno, arrivò il momento dell’esito.

Quando mi chiamò uno dei dottori dell’ematologia e mi disse: “Giovanni, hai un linfoma di Hodgkin, dovrai curarti” non mi abbattei, anzi, fu un nuovo inizio. Perché la nostra vita è fatta di fasi, e quella nella sua terribile negatività, fu una lezione che mi insegnò a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno.

Alzandomi dalla sedia non caddi per terra, non mi scoraggiai: mentalmente la malattia l’avevo già sconfitta. Quando la testa supporta così fortemente il corpo è lì’ che bisogna assolutamente trovare la forza per crederci, senza paura e timori, è lì che inizia la sfida.

La prima seduta di chemio avvenne a poche ore dalla vittoria, per la 4 volta, della Coppa del mondo di calcio della nazionale italiana, e quell’immagine di Fabio Cannavaro che sollevava il trofeo mi accompagnò in Ospedale con tutta la sua carica. La notte prima, come la maggior parte degli italiani, ero stato fino all’alba a festeggiare con gli amici e fare goliardici caroselli.

“ Poopoppoopopo”… entrai all’ematologia canticchiando la canzone degli White Stripes, tormentone di quei Mondiali.  Quella fu la prima seduta, ma le altre 11 non furono così semplici. Sì, in totale furono 12 le sedute, così volute per il metodo sperimentale scelto dai medici.

Capitemi, non sto dicendo che combattere questo male è stato facile, ma l’ho sempre fatto sorridendo e con quella buona dose di incoscienza giovanile che adesso benedico. Ero, e sono ancora, un ragazzo ambizioso e voglioso di spaccare il mondo, decisi che io avrei attaccato per primo, che non mi sarei lasciato mettere k.o. Oggi mi ritengo un privilegiato, il percorso che ho affrontato mi ha accresciuto ed arricchito per sempre.

Ne porto ancora le “cicatrici” che da subito ho mascherato con qualche escamotage per fare sembrare “tutto normale”. Ho tagliato i capelli quasi a zero, come fossi in procinto di entrare nei Marines, ho scelto di farmi inserire sotto pelle un Port-a-cath (catetere) per iniettare i liquidi  chemioterapici: una sorta di bottone magico che mi ha accompagnato ancora per diversi anni.

Ho conosciuto e condiviso il male con “nuovi amici” di reparto,  con tutto lo staff dell’Ematologia,  infermieri, assistenti , medici, farmacisti , la psicologa. Tutti, ma dico tutti, sono stati splendidi, disponibili e positivi.

Più mi ritrovavo a ridosso della fine delle cure, più era difficile combattere, più le forze venivano meno, più il supporto si faceva fondamentale. Non mi sono mai sentito solo, ad ogni seduta amici e parenti si sono alternati per farmi compagnia.

Tu che stai leggendo quello che ho scritto, che stai provando quello che ho provato io, fai un bel sorriso, un respiro grande,  stringi i pugni e vai avanti senza mollare, perché avrai sempre qualcuno accanto pronto a darti tutto se stesso per arrivare alla vittoria!

Grazie a chi è stato con me e per me e a chi ancora ricoprirà lo stesso ruolo negli anni a venire continuando a credere nel potere della ricerca e nella forza degli uomini.

Grazie Grade sarai sempre la mia seconda famiglia.

Giovanni Cimurri




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